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L' Analisi Funzionale
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Dall'espressione all'esperienza

Un’estensione dell’idea di non attivare le difese è che il fulcro del lavoro cambia dall’ “esprimere” chi siamo a “esperire”, fare esperienza di chi siamo. L’espressione è orientata verso: il passato, superare i blocchi, i rapporti interpersonali (nel senso del biasimo e del «cosa mi hanno fatto»), la scarica, l’interpretazione. Per converso, l’esperienza è focalizzata su: il presente, imparare nuove esperienze e non rivivere quelle vecchie, sviluppare un diverso rapporto con se stessi, consapevolezza, pulsazione dentro e fuori, e stati dell’essere.

Cambiare il nostro focus dall’espressione all’esperienza, come scrive Joseph Cambell, cambia la nostra vita, così che «la nostra esperienza vitale sul piano puramente fisico avrà risonanza nel nostro essere più profondo... così che sentiremo pienamente l’estasi di essere vivi». Enfatizzare l’esperienza di sé conduce a dare supporto a quella “estasi di essere vivi”. L’esperienza dell’estasi è rappresentata energeticamente dalla parte della forza vitale che spontaneamente vuole muoversi verso. E questo “movimento verso” è responsabile della crescita e dello sviluppo, è ciò che rende possibile il cambiamento.

E l’estasi è esperita nell’aperto flusso pulsatorio della forza vitale.

Nell’espansione c’è piacere e nella fase di raccoglimento - che non è la fase di contrazione! – c’è sicurezza e salvezza, che è pure piacevole. La differenziazione tra espressione ed esperienza si radica nell’idea di Reich sopra citata circa il motivo originario e la funzione primaria dello sviluppo dei sistemi di difesa. Il lavoro sull’espressione si concentra sul motivo originario della difesa: proteggersi da un attacco proveniente dall’esterno, da qualcun altro; è orientato al passato, a ciò che ci è accaduto. Ed è orientato all’altro , cioè è inter-personale, è orientato a ciò ci è stato fatto da un altro. Il lavoro sull’esperienza si concentra sulla funzione primaria del sistema di difesa: ovvero, ciò che facciamo a noi stessi, ora.

Ciò che facciamo a noi stessi ora si radica storicamente nel passato, a ciò che ci è stato fatto allora; ma ora lo abbiamo introiettato, identificato, creduto, ecc. e “loro” ora non hanno più bisogno di farci nulla, siamo noi che lo facciamo a noi stessi. Il lavoro sull’esperienza è orientato al presente, è diretto all’esperienza di sé. Se abbiamo imparato a fare qualcosa a noi stessi, forse possiamo imparare a non farlo più.

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